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Se vi capitasse di partecipare a una visita-gioco insieme a ragazzi con disabilità ci sono almeno due cose da tenere a mente. La prima: il loro rallentare, la loro differente capacità di esprimere emozioni ed empatia, la loro leggerezza e curiosità sono acqua fresca per le nostre abili menti incasellanti, per le nostre incapacità nel costruire nuove relazioni sociali, per il nostro modo stanco e tradizionale con cui pensiamo l’apprendimento. La seconda: perfino l’etichetta «con disabilità», comunque più adeguata del politically correct «divesarsamente abili», in fondo è frutto del pensiero unico, per il quale si è più o meno abili, più o meno utili, nel produrre ricchezza meteriale e nel consumare. Anche a questo occorre ribellarsi

Dall’altro capo del telefono, una mattina, una voce femminile «qualunque» chiede di poter partecipare con dei bambini alla visita-gioco che svolgerò il weekend successivo a villa Pamphilj. Il tema è «il viaggio di Bacco». La voce continua, informandomi che in realtà si tratta di sei ragazzi con disabilità, ma che loro, gli operatori dell’istituto dove i ragazzi passano parte della loro giornata,  li considerano i «loro» bambini. Resto attonita, carica di emozioni contrastanti. Mi blocco. E poi penso subito al tragitto, troppo lungo e in alcuni punti scosceso, difficile da percorrere anche per noi «ordinariamente abili».

Vorrei poterle dire di sì, vorrei non deluderla, ma devo farlo, mio malgrado… E tuttavia, sembra che le mie parole precauzionali non la scalfiscano, sembra quasi non ascoltare. Anzi insiste nel volerli portare. Il suo accento calabrese non la smentisce, scopro che è di pochi chilometri di distanza dal mio luogo dell’infanzia! Non riuscirei a convincerla, neanche se mi impuntassi e ce la mettessi tutta. Decido allora di accontentarla, condurrò i «suoi» ragazzi e in una mattina qualunque, a suo piacimento. Per loro, il «mio» percorso di Bacco subirà degli stravolgimenti. Naturalmente, nulla di sconvolgente per il dio mitico, inventore del teatro, dove l’improvvisazione sfalda schemi e tecnica, aprendo a nuovi punti di vista, come un’opera cubista.

Mi ritroverò davanti a loro e saprò cosa e come fare, troverò il giusto linguaggio dei gesti, modulerò la voce perché possa raggiungere le loro corde, varcherò la soglia di quel mondo «aggrovigliato» di emozioni e pensieri non inquadrabili per la nostra abile mente incasellante. Il resto verrà da sé. Come è già avvenuto in passato, quando mi ritrovai, una mattina al mare, una bambina tetraplegica, avvinghiata al mio enorme cane e Jimmy se la baciava e coccolava. Ancora le mie orecchie risuonano delle sue risa felici e i miei occhi brillano al ricordo dei suoi, neri, lucidi, bellissimi, in lacrime di gioia, o ancora quando mi furono affidati dei sordo-muti da condurre ai musei vaticani, a cui ho dovuto raccontare storia, opere e artisti col semplice movimento delle labbra e delle mani. Io, che non avevo mai fatto alcuna scuola o corso di formazione per apprendere il linguaggio dei segni… per vedermi donare alla fine abbracci e inchini di ringraziamento.

Strofinò gli occhi

E ancora, quando, sempre ai musei vaticani, ero con una bambina ipovedente, non in grado di poter godere visivamente delle immagini sistine, troppo distanti da lei, piccola e minuta. Il momento del commiato fu speciale: la sua passione emotiva mi fece trasalire quando nell’avvicinare il suo visino al mio per baciarmi, strofinò gli occhi sulla mia guancia, forse anche lei in atteggiamento di devozione e ringraziamento. O quella volta in un orfanotrofio guatemalteco, dove i bambini per la felicità cominciarono a danzarmi intorno! E molti di loro dovettero farlo con le sole mani o braccia. Momenti delicati che mi porterò dentro per sempre, e che ogni volta hanno la forza di non farmi perdere di vista i colori e la sacralità dell’essere viva su questa terra.

Arrivò il giorno fatidico. Incontrai i sei ragazzi e Incominciai a raccontar loro di Bacco e del suo viaggio. Alcuni erano seduti, altri in piedi abbracciati ai «custodi» della loro piccola grande anima. Ed erano lì senza aspettative, ma felici per il solo fatto di essere usciti e per la prima volta, dal loro istituto. Anche se in alcuni di loro lo sguardo era riservato e rivolto altrove, il loro orecchio, l’orecchio di tutti loro, si era già abbandonato, più che al racconto in sé, alla melodia della voce! Tanto che la più audace e sorridente, Marisa, afferrandomi per le mani, senza stringerle troppo, comincia  a trascinarle in un movimento rotatorio danzato, come quello che spesso improvvisano le bambine giocando, in un loro dire cantilenato. Il gesto mi infonde coraggio, in questo mio viaggio all’interno del mistero della vita.

Finito il racconto, ci incamminammo. La loro resistenza fisica era minima. Giunti davanti ad un altissimo pinus pinea, uno dei tanti a villa Pamphilj, chiesi loro di abbracciarlo, di accarezzarlo. E il loro abbraccio era intenso come l’abbraccio del bambino alla sua mamma. Sprigionava tenerezza, profondeva calore… Chiesi allora che andassero oltre, che appoggiassero il viso contro il tronco. Lo fecero senza esitazione o resistenze. Paola, ancora allacciata al braccio della sua «custode» che non aveva lasciato, neanche per un attimo, cominciò a mostrare lacrime di gentilezza per il suo albero amoroso e le sue lacrime divennero le lacrime di noi tutti, accompagnatori inconsapevoli.

Accarezzare la terra

Poi è stato il turno della terra: mimammo insieme il semino che la spacca perché Lei, la Madre-Terra, una volta concepitala, lascia la sua creatura andare all’incontro con la luce, all’incontro con la vita. E i ragazzi, l’hanno presa tra le mani e l’hanno accarezzata come «cosa sacra», senza sentirne lo sporco, ma avvertendone tutto il calore.

Al contatto con le erbacee spontanee poi, piante di cui noi «abili» sembriamo avere ormai orrore al solo pensiero, perché a volte pungenti, o ricettacolo di animali striscianti o istrioni, quasi invisibili al nostro occhio più attento, i nostri ragazzi si son lasciati spennellare mani e viso. Io li osservavo, senza parole … I miei occhi non erano che per loro, il mio sentire non era che per le loro emozioni, ancora intatte. Le paragonai a quelle di molti, troppi bambini «ordinariamente abili», capaci di rispondere enciclopedicamente anche già a sei o sette anni, ma che già, a quella tenera età, si stanno allenando a non essere più bambini, vedendosi compromessa la possibilità di sviluppare empatia e compassione. Perché troppo inquadrati didatticamente, inscatolati, troppo attenti a far fare bella figura a mamma e papà, alla maestra…

E intanto, i gesti dei ragazzi «altro» leggeri, teneri e delicati era come se mi dicessero «guardaci, studiaci, non distrarti neanche per un minuto. Impara a intonare il nostro canto, perché tu possa poi farti vento che spezza le ancora fragili catene di piccoli animi giovanili a rischio di lucchetto», e dunque a rischio di anestetizzazione delle emozioni, di sviluppo del libero pensiero, della creatività, perdendo così per sempre la possibilità di dar sapore a quanto c’ è di più sacro nella loro vita, quando materiale e spirituale ritrovano in loro l’equilibrio.

Incapaci di produrre e consumare

Il termine latino Sakros, derivante dall’indoeuropeo sak, rivela un’alterità, un essere altro, diverso rispetto all’ordinario, al comune, al profano con cui è bene entrare in pace. E entrambi entrano in pace solo se in sintonia l’uno con l’altro. E questo ha bisogno di lavoro, sforzo, impegno perché non bisogna dimenticare che lo spirituale necessita del materiale a cui ispirarsi per innalzarsi indefinitamente, e il materiale di mantenimento, arricchimento, innalzamento, pena l’aridità e il deterioramento, la sua fine eterna.

E’ difficile dire ai genitori di questi ragazzi quanta benedizione abbiano trovato nella loro vita, quanta preziosità è stata loro donata, perché nel mondo della tecnologia e dell’efficienza, sono lasciati soli dalle istituzioni perché soggetti che non producono «ricchezza materiale», da consumare. Oserei dire un peso economico, quando si deve investire su di loro. E così tocca loro camminare accanto all’indifferenza e alla superstizione nei loro stessi confronti…. Perché son rimasti in pochi coloro che riescono ancora a valutare un mondo dove il tempo rallenta, e l’attimo è già eternità. Da parte mia, un grazie profondo ai genitori di questi ragazzi per aver dato il consenso a questa uscita, a questo incontro, ma anche ai loro «sacri custodi», per averli condotti fino a me e infine ai ragazzi, miei maestri di vita, anche se per un’ora soltanto.

 

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