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Su progetto di Anna Bruno e Luciano Cecchetti (responsabile dei giardini vaticani fino al 2014 e oggi alle ville Pontificie). 

Uno dei chiostri medievali più belli di Roma quello della basilica di S. Giovanni in Laterano, ma anche il maggiore con i suoi 36 metri per lato:  un capolavoro indiscusso di una tra le più famose famiglie di marmorari romani, i Vassalletto, che lo realizzarono fra il 1215 e 1231, sotto i papi Onorio III e Innocenzo IV.

Entrare in questo sacro luogo significa decidere di uscire dal frastuono del nostro tempo, un tempo che corre e che ama esser rincorso e che per questo induce alla fretta verso chissà quale obiettivo, verso chissà quale traguardo. E il nostro chiostro, hortus conclusus, è sempre lì, in attesa del nostro passare e fermarci a guardare. Ma il nostro guardare oggi più che mai è fugace o troppo mentale. Difficile che la nostra anima ne resti coinvolta fino a raggiungere uno stato di oblio e di completo abbandono al Divino, fino al momento della contemplazione.

Eppure, in antitesi al coevo hortus deliciarum del Roman de la Rose – un luogo quest’ultimo paradisiaco, di cultura cortese e deputato ai piaceri mondani -, l’hortus conclusus era nato come luogo chiuso, intimo, a somiglianza del giardino recitato nel Cantico dei Cantici “giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata” , simbolo della Chiesa, luogo in cui si esprimevano i principi fondamentali della religione cattolica: un luogo raccolto per la meditazione e la contemplazione, dove esperire il mistero divino e dove l’unico tempo possibile prendeva il nome di eternità.

Un claustrum, circondato da portico e ispirato ai peristili delle antiche dimore romane,  che creava il momento del trapasso, quello pratico, da un ambiente all’altro del complesso monastico, ma anche quello simbolico, dall’ombra del monastero all’ombra chiara del suo portico, fino alla definitiva luce del suo giardino, punto di contatto tra la terra e la volta celeste. Nel portico la luce filtra soltanto, essa entra quasi prepotentemente e lotta contro l’ombra. Allo stesso tempo, dal portico si intravede, dal portico comincia l’osservazione che pian piano trascende la contemplazione, dove il tempo comincia a farsi eterno, di un’eterna primavera che incombe, attraverso gli occhi, nel cuore di chi vi entra per partecipare.

E a chi partecipa non sfugge nulla. Il suo occhio penetra l’essenza e i simboli si svelano come un fiore che, aprendosi, offre incondizionatamente i suoi petali all’occhio scrutatore del sole che, con i suoi raggi, quasi vi si immerge, per infondergli energia.

La forma rigorosamente quadrangolare del chiostro evoca i quattro angoli dell’universo, così come le tre soglie che immettono dal portico al giardino si fanno accesso sacro all’incontro con la Santissima Trinità, per quanti sentono la nostalgia della Conoscenza, quella precedente alla caduta. La scelta è tra varcarne una e continuare nell’ascesi o restare definitivamente nell’ombra.

Se si decide di varcare la soglia, di simboli profonde tutto il giardino all’interno, oggi riproposto secondo un programma da noi* realizzato e che vede il ripristino dei quattro parterres, inspiegabilmente ridotti, in passato, a due grandi aiuole speculari. I quattro parterres sono oggi nuovamente suddivisi, come in origine doveva essere, da due percorsi ortogonali, a croce, nel cui punto d’incontro, punto focale del giardino, omphalos o ombellico della terra, è l’antico pozzo di epoca romana, fonte di sapienza, simbolo del Cristo e da cui si dipartono i quattro fiumi di biblica memoria. Ma il progetto non si è voluto fermare qui.

La ditta dell’architetto Zappa, ha avuto il compito di smantellare il preesistente giardino, oramai negletto e fatiscente, dove addirittura le radici di una grossa palma rischiavano di danneggiare gli antichi sotterranei di epoca romana. Una volta ricreati i due percorsi ortogonali e ripristinati i quattro parterres di 60 cm di terra, ognuno dei quali poggianti su una base cementizia di 10 cm, impermeabilizzata a protezione degli edifici sottostanti, il giardino è stato lasciato nelle mani dei giardinieri che hanno eseguito pedissequamente il progetto dai noi realizzato, sotto la guida di Luciano Cecchetti, responsabile dei giardini vaticani e delle zone extraterritoriali*. Quanto alle piante, sono state utilizzate solo alcune tra quelle menzionate dal Cantico dei Cantici, e la scelta e la loro disposizione è stata comandata dal sottostante antico edificio, su cui sono state previste quelle con apparato radicale più corto e conseguente massa vegetale più modesta.

I tre angoli esterni di ognuno dei quattro parterres, è stato rivestito di fiori e di erbacee perenni come la rosa, fiore sacro a Venere, che rappresenta la Vergine, ma che è anche simbolo del sangue divino; il lilium o giglio, nato dal latte versato da Giunone mentre allattava Ercole, simbolo della purezza e della povertà; le violette simbolo della modestia e dell’umiltà; il dianthus L. o garofano, il cui nome greco, dianthus, significa fiore di Dio; la salvia officinalis o semplicemente salvia a cui era attribuito il potere di resuscitare i morti, di predire il futuro e di comunicare con l’aldilà; il thymus vulgaris o timo, portato dai crociati come simbolo di forza e di coraggio; e per ultimo il trifolium pratense o trifoglio, simbolo di trinità, che farà da tappeto verde ad uno solo dei parterres.

Al centro poi di ogni parterre sono stati piantati alberi sempreverdi, a simboleggiare l’incorruttibilità nell’eternità, come il religioso cupressus o cipresso che come simbolo di longevità, veniva piantato vicino alle tombe cristiane come segno della speranza nell’aldilà; e poi alberi da frutto l’olea europea L. o  ulivo, simbolo della misericordia e della pace; l’Amygdalus communis L. o mandorlo, il cui frutto, la mandorla, nella sua sfera mistica, veniva rappresentata nell’iconografia medievale per racchiudere all’interno le figure di Gesù Bambino e di Maria, come immagine della luce di Cristo e dell’unione tra la sfera terrestre e quella celeste; il punica granatum L. o melograno, che raffigurato in mano a Gesù Bambino, divenne simbolo di resurrezione, in mano alla Madonna invece, alludeva alla castità.

Una broderie, a garantire rigorose geometrie, intensi colori, profumi e sapori, volti a richiamare antiche armonie paradisiache e regole cosmiche, in un continuo nascondersi e cercarsi, celarsi e svelarsi tra creatura e Creatore, ammantati da un dolce e infinito senso di intimità e isolamento!…

Il progetto ha avuto l’approvazione dei Servizi Tecnici dello Stato della Città del Vaticano, con il beneplacito della Segreteria Generale del Governatorato, l’11 maggio 2011.

Leggi anche l’articolo pubblicato su All’ombra del Cupolone, Numero 5, 11 dicembre 2011, pg 10 – Foglio informale per i dipendenti del governatorato:

https://www.yumpu.com/it/document/read/33796736/anno-v-numero-5-vatican-city-state

 

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